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Le interviste

Intervista a Francesco Anile

lunedì 12
dic 2011
Dal libro "Come Canti? Scopri la tua voce" di Antonella Neri ed. Ut Orpheus


Francesco Anile: la straordinaria storia del tenore
che ha conquistato la Scala.
“Cantare è un mestiere che bisogna fare per imparare a farlo”

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La prima intervista rilasciata dal Maestro 
di Antonella Neri 
 


Quando l'alunno della classe di clarinetto Francesco Anile seppe di non aver superato l'esame del V anno al Conservatorio di Reggio Calabria, probabilmente non poteva immaginare che, 25 anni dopo, sarebbe stato applaudito per 18 minuti alla Scala nel ruolo di Turiddu.
La straordinaria vicenda artistica di questo tenore comincia così. Non è raro che personalità forti e originali facciano fatica a integrarsi nell'ambito scolastico.

"Quando chiesi al mio maestro perchè fossi stato bocciato, mi risposeperchè non sei musicale, non vai a tempo,  invece io quando suonavo sentivo il bisogno di assecondare la frase musicale, concedendomi una certa elasticità espressiva. Lui, al contrario, pretendeva sempre che andassi col metronomo. Da qui nasceva la nostra incomprensione ". 

Dal clarinetto (in cui si diploma da "esterno"...) al canto il passo è breve. Francesco Anile comincia a studiare e si diploma da baritono, a 29 anni. Ancora tutto deve accadere.
Decide di farsi sentire da Aldo Protti, a Cremona.
(In quegli anni Francesco insegnava Educazione Musicale nella Scuola Media. Tempo ce n'era poco. Partiva dalla Calabria la sera della domenica, in treno: dopo un lungo viaggio arrivava a Cremona intorno alle 13 del lunedì e ripartiva subito dopo aver fatto lezione).
Il grande Maestro lo accoglie a braccia aperte.
Ma lui sente che qualcosa non va: il centro di gravità della sua voce non è nella corda del baritono.
Incontra una giovane cantante, quella che diventerà la sua compagna di vita, Caterina Francese.

"Ascoltando lei mi resi conto di non saper cantare, nonostante mi fossi già diplomato. La sua bravura mi conquistò. Allora decisi di fare sul serio". Francesco ha trent'anni.
Con la convinzione di chi sa di fare la scelta giusta decide di studiare da tenore quindi va a Firenze e si affida ad Ottavio Taddei. Il cambio di vocalità rappresenta la svolta nel suo percorso artistico. Si definisce via via un'imponente statura vocale da tenore lirico-spinto.

Non è stato un inizio di carriera facile, quello di Francesco Anile.
"Avevo 35 anni, facevo audizioni, concorsi (in molti dei quali è stato premiato n.d.r.): tutti mi chiedevano come mai non avessi cantato prima. L'età mi ha creato non poche difficoltà"
Ma non desiste. Con la passione e la caparbietà tipica della sua terra va avanti, continua a studiare, ci crede. I fatti gli danno ragione.
Comincia ad affacciarsi nel circuito internazionale, quello che conta. Da lì in avanti è una progressione continua: Tokio, Seoul, Zagabria, Malta, Il Cairo. E poi La Fenice, San Carlo, Il Giglio, Caracalla...Cremona, Palermo.
Nel 2011, a 49 anni, la consacrazione alla Scala.

Maestro, come si è sentito quando ha cantato nel tempio della lirica italiana?
Una grande emozione. La Scala è indiscutibilmente il punto di arrivo più alto per un cantante, e non solo se è italiano. Tutto è speciale in questo teatro: il palcoscenico, il pubblico, l'atmosfera...mi porterò a lungo dentro questo momento. L'intensa emozione si è riversata completamente nell'interpretazione, e il pubblico lo ha capito.

Diretto, appassionato, entusiasta, anche nel parlare di sè e di canto Francesco Anile è generoso e disponibile e sempre accompagnato da un'autentica e disarmante modestia.
"Quest'anno ho avuto la fortuna di insegnare in Conservatorio e mi sono trovato di fronte ad una realtà desolante: i ragazzi mi guardavano come un marziano. Oggi chi sceglie di insegnare deve rinunciare alla carriera artistica, questo fa sì che un cantante in attività non possa conciliare le due cose. E così, inevitabilmente, i cantanti non insegnano e gli insegnanti non cantano. Questo fa molta differenza. In quanto solo cantando in teatro si ha la percezione reale di quale sia il suono completo, quello che corre scavalcando anche l'orchestra. E questa è anche la differenza fondamentale tra tutti gli altri strumenti strumento e il canto. Se non ti sei misurato "sul campo" e non hai presente questa dimensione concreta come fai ad insegnarlo?
Cantare è un mestiere, non una professione, si deve fare per imparare a farlo.
Ed è per lo stesso motivo che spesso oggi l'insegnamento tende più alla trasmissione di “informazioni” che non alla soluzione pratica dei problemi. Se, ad esempio, un allievo fa un suono non corretto, "in sofferenza" , oltre a “informarlo” di questo elemento tecnico non corretto e individuare la causa della difficoltà devo essere in grado di fornire sia una spiegazione sia, anzi soprattutto, un'indicazione concreta per superarla. "

Ma facciamo un passo indietro.
Come avrà visto
www.cantarelopera.com è un sito orientato principalmente alla formazione del cantante. Quindi credo che il percorso che l'ha portata a diventare un cantante “vero” e completo sia di estremo interesse per tutti coloro che studiano o stanno muovendo i primi passi in teatro, proprio perchè in questo percorso si ritrovano elementi comuni a tante storie: l'errore di classificazione vocale, la difficoltà di trovare la strada giusta, e soprattutto l'essere riuscito a iniziare una carriera così importante dopo i 35 anni.
Parliamo dunque del cambio di vocalità
Ci sono molti tenori che hanno cominciato da baritoni. Come mai secondo lei?

In effetti succede molto più frequentemente di quanto si pensi. Ed la responsabilità è principalmente dell'insegnante. E' più comune, ovviamente, che accada con le voci "grandi" e tendenti al drammatico. Spesso, per evitare problemi, gli insegnanti lasciano gli allievi nel registro più grave, così "non si fanno male" e loro non rischiano. Ma in realtà l'allievo soffre e perde tempo.

Quando ci si trova in questi dubbi, come fare per dissiparli? Lei come ha fatto?
Molti mi sconsigliavano, anzi tutti. L'insegnante di mia moglie mi diceva che non sarebbe stato facile e che avrei rischiato di non essere più baritono senza diventare tenore.
Ma io ero convintissimo. Mi sono fatto ascoltare da persone che non mi conoscevano, sono andato anche da un foniatra per avere la conferma. Infatti quando mi ascoltò il Maestro Taddei di Firenze mi disse: "Beh, se non sei tenore tu..!" Nel giro di 4-5 mesi ero già in grado di cantare nel nuovo registro.

E poi, concretamente, com'è iniziata la carriera?
Fino a 33 anni ho studiato, poi nel 94/ 95 sono stato corista al Teatro Regio di Torino. Nel luglio 95 ho lasciato il coro e ho cominciato a cantare da solista.

Anche questo è un fatto straordinario. In quegli anni i limiti di età per partecipare a concorsi di un certo rilievo erano intorno ai 30/32 anni e anche oggi funziona più o meno così. E anche i Teatri (e gli Agenti) preferiscono cantanti giovani. Com'è riuscito a farsi conoscere?
Con molta pazienza e mantenendo sempre viva la mia convinzione. Certamente anch'io capivo che ad una "certa età" non ci si può illudere di fare la grande carriera.
Sono stato anche fortunato. Un mio prezioso amico di Roma, Stefano Anselmi, ha creduto moltissimo in me, mi ha spronato e aiutato dandomi qualche opportunità di cantare. E sul campo ho potuto dimostrare e fugare i dubbi derivanti principalmente dalla mia età.

Quindi possiamo lanciare questo messaggio di speranza: chi ha i mezzi (vocali) e studia seriamente può farcela anche se non più giovanissimo?
Certamente! Chi ritiene di avere le carte in regola deve tentare la carriera. Deve crederci. Ma non per auto-convincimento. Bisogna farsi ascoltare il più possibile, e ascoltare attentamente le osservazioni degli altri. Le qualità, se ci sono, verranno riconosciute. Per cantare in teatro è fondamentale avere la voce e saper cantare. Non è una questione di età.

E la sua storia lo dimostra. Come dicevamo per molti ragazzi passano per strade "accidentate" prima di arrivare ad una vocalità compiuta. Non è raro infatti, specie in Italia, perdere molti anni proprio a causa di una guida sbagliata. Riceviamo molte lettere di cantanti che studiano in conservatorio, poi cambiano insegnante, seguono costosi masterclasses e corsi di perfezionamento senza però arrivare a farsi ascoltare in teatro. A trent'anni (e più) non si sentono ancora pronti. Possiamo dire che, tranne rari casi fortunati, il cantante oggi, in Italia è un po' lasciato a se stesso?
Radames in AidaPerfettamente d'accordo. Torniamo a quello che succede in Conservatorio. Ci sono molti insegnanti che non hanno praticamente mai messo piede in palcoscenico.
E' una stortura propria del sistema scolastico italiano. Questo sistema non può produrre voci pronte per il debutto, o quantomeno già abbastanza formate. Eppure, quante classi di canto ci sono in italia? Molte.
Quanti diplomati in canto poi fanno i cantanti? Pochissimi.

Lei è d'accordo sul fatto che avere la possibilità di prendere lezione da cantanti che sono in piena attività possa costituire un momento eccezionalmente formativo?
Certo. Per questo l'anno scorso ero in Scala quando ho accettato volentieri la nomina in conservatorio, pur andando su e giù da Milano a Cosenza.

Direi che questo le fa davvero onore: c'è anche da dire che molti cantanti considerano l'insegnamento come un ripiego.
Sono cambiate molte cose nel sistema scolastico: oggi è difficile conciliare le due cose. Prima i Conservatori erano onorati di avere cantanti in carriera, nominandoli "per chiara fama" ma c'era il problema di come gestire l'insegnamento (era consentito un solo permesso artistico di 30 giorni); oggi per fortuna è diverso, perchè con il sistema attuale, rispettando il monte ore annuale, si può gestire molto meglio l'insegnamento e la carriera.
Tuttavia non in tutti i Conservatori vige la stessa elasticità, e spesso si preferisce avere sempre il maestro "in classe", anche se non è un cantante, in modo da rispettare rigorosamente le scadenze. Ovviamente a rimetterci sono gli allievi.

Parliamo della scelta del repertorio.
Molti cantanti sono tentati da un repertorio che non è quello proprio della loro vocalità. Nell'ambito tenorile ci sono esempi clamorosi di tenori che non hanno retto a questo cambiamento e hanno avuto problemi in teatro.
Lei cosa ne pensa?

Penso che bisogna rispettare la propria vocalità, la propria "taglia": inutile voler indossare abiti di tre o quattro taglie più grandi. Il risultato non può che essere che negativo.
La voce si esprime al meglio quando si muove a suo agio. Certo, a chi non piacerebbe cantare "Otello"...?Purtroppo questo errore lo hanno commesso anche cantanti già conosciuti con i risultati che sono noti a tutti.
Rispettare la propria voce significa anche cantare a lungo e mantenersi in salute vocale.

Oltre alla potenza del suono, sempre perfettamente a fuoco, colpisce in lei la morbidezza del volto, la nobiltà della postura . Non solo, anche la fluidità della pronuncia... sembra che non faccia fatica...come si arriva a questo risultato?
E' la padronanza della tecnica che consente poi di essere espressivi. Tutto il lavoro è interno, sia l'apertura della gola che la respirazione non dipendono certo dal viso che quindi deve rimanere morbido e naturale.
E' soprattutto nel volto si disegnano le emozioni del personaggio. E' fondamentale quindi che la tecnica sia consolidata per potersi occupare dell'interpretazione.

Colgo subito l'occasione per farle qualche domanda sulla tecnica.
Qual è l'elemento più importante della tecnica vocale?

La respirazione e l'appoggio. Tutto il canto dipende da questo.
Devono entrare in funzione tutti i muscoli coinvolti nella respirazione: gli addominali bassi, i muscoli intercostali oltre ovviamente al diaframma. Il corretto uso dell'appoggio e del sostegno è responsabile anche della morbidezza e della proiezione del suono. Quando il ciclo respiratorio non è corretto il collo si irrigidisce con conseguenze negative anche sul suono.

Entriamo un po' più dentro questo argomento. La confusione sulla respirazione è ancora molto diffusa, nonostante recenti e importanti studi scientifici sull'argomento abbiano in qualche modo aiutato a definirne i concetti basilari. Ancora oggi ci sono diverse scuole, c'è chi invita a tenere fermo o spingere il diaframma verso il basso. Lei come la pensa?
E' vero, la confusione regna sovrana.
Io ho cercato di semplificare al massimo la spiegazione della respirazione. Ai miei allievi dico "guardate un neonato che piange: ha la gola aperta e un suono potentissimo".
Oppure cercate di far muovere la fiammella di una candela senza spegnerla e capirete quali sono i muscoli che attivate.
E' una questione di equilibrio tra le diverse catene muscolari. Il diaframma da solo non può far niente, è una pompa mossa da altri muscoli. Una volta che il diaframma si è abbassato perchè abbiamo preso aria, inesorabilmente risale e va aiutato in questo movimento. Questa risalita può essere contrastata per ottenere un suono più forte, ma solo quando serve. Dipende dal suono che vogliamo ottenere. C'è da dire inoltre che non bisogna preoccuparsi di prendere molta aria. Quello che invece è più importante è farla uscire quest'aria e utilizzarla al meglio.
Ho visto molti ragazzi inspirare in maniera esagerata: questo non serve, non è funzionale al canto. Prendere troppa aria significa anche creare una pressione interna molto alta che anzichè far uscire la voce la blocca. E' facile "ingolfarsi".

Oggi, grazie al progresso dell'indagine scientifica, quando si vuole spiegare un meccanismo vocale si tende ad esprimersi con termini tecnici mutuati dalla fisiologia e dall'anatomia. Questo lo dobbiamo anche ad illustri medici che parlano di canto.
Cosa ne pensa lei di questa incursione della scienza nel canto?

Ritengo che sia utile alla conoscenza, un elemento di arricchimento ma non ha niente a che vedere con il canto. Cantare è un fatto artistico che coinvolge tutta la persona, va percepito nel suo insieme con imprescindibile attenzione alla respirazione e alla proiezione del suono.
Piuttosto credo sia molto importante che chi studia impari ad ascoltarsi per sentire la differenza tra un suono giusto e uno scorretto ed associare a quello corretto la sensazione fisica corrispondente. Minimi movimenti possono causare grandissimi cambiamenti nel suono. Spesso chi studia non se ne rende conto. Sta all'insegnante valorizzare il suono emesso in modo giusto e dare indicazioni precise.
In questo senso registrarsi e riascoltarsi è utilissimo.

Tra le voci maschili il tenore, nella grande tradizione operistica italiana, è colui che interpreta i personaggi più "forti" a livello emotivo e psicologico: vuoi per la fragilità, vuoi per il coraggio o per il destino avverso. Per questo motivo ho sempre pensato che essere tenore non sia soltanto essere un cantante lirico, ma significhi anche obbedire ad una "necessità" artistica e musicale, ossia quella di vestire una seconda identità che si sovrappone alla propria completamente per poter essere di volta in volta, e pienamente, il personaggio. E ho sempre pensato che questa "trasformazione" possa seguire il tenore anche al di fuori del palcoscenico.
Quando interpreti un personaggio già vesti un'altra identità, cedi te stesso a Canio, a Turiddu...ma quando scendi dal palcoscenico torni ad essere te stesso.
Ancora oggi quando fuori dalla scena mi sento chiamare "Maestro" mi schernisco e dico: ti ringrazio ma chiamami Francesco. Nella vita sono solo e semplicemente Francesco.

Una domanda sugli autori con i quali si sente più a suo agio.
In questo momento il mio repertorio è quello verista. Amo Puccini e Mascagni. Di Verdi ho cantato l'Aida e Otello. Cerco sempre però di non sconfinare in repertori nei quali non posso dare il meglio.
Mi sento portato per i ruoli forti, eroici, non per quelli sentimentali.

E spesso la vocalità rispecchia anche il carattere della persona. Anche in questo è bene assecondare la natura. Concorda?
Si, assolutamente!

Lei è d'accordo con la consuetudine di abbassare la tonalità di alcune arie?
Facciamo il classico esempio della "Pira”.

C'è da fare una premessa: oggi l'accordatura è più alta rispetto a quella dell'epoca di Verdi. Per la tipologia di tenore protagonista del Trovatore, il Do è senz'altro una nota estrema. In questo caso quindi non ci trovo nulla di male. Sarebbe una forma di integralismo inutile. C'è da dire inoltre che, soprattutto in Italia, in alcune arie tra cui appunto quella che ha citato lei, si aspetta solo di sentire l'acuto...
Ribadisco però che il discorso va limitato solo alle arie di tradizione con una tessitura estrema verso l'acuto e che come tale deve rimanere circoscritto solo a queste situazioni.

Un flash su qualche tenore del passato. Ce ne sono, ovviamente, molti da ricordare ma io le dico solo tre nomi.

Beniamino Gigli.Pollione in Norma
E' un grandissimo. Posso dire che ho avuto la fortuna di indossare a Roma in Aida nel 2008 un costume dove c'era scritto il suo nome. Ho avuto quasi paura di toccarlo.
Una vocalità incredibile, potente e duttilissima. Le sue mezze voci hanno scritto la storia del canto.

Franco Corelli.
Ha lasciato interpretazioni memorabili. Un grande cantante ma con una tecnica assolutamente personale e particolare.
Da non imitare.

Del Monaco
Il più importante Otello della storia. Ma è giusto ricordarlo anche per altre interpretazioni, per esempio Manon Lescaut della quale ho ascoltato un'incisione superba.

I prossimi impegni di Francesco Anile.
A Febbraio sarò in India, a Mumbai per “Pagliacci.” A Marzo a Verona per "Iris" di Mascagni, un'opera che amo molto.

Lei vive in Calabria, a Polistena.
Si certo, io e la mia famiglia siamo molto legati alle nostre radici. Per fortuna oggi prendere un aereo da Milano o da Lamezia Terme non fa una grande differenza...
 
 
Un racconto vero, per certi aspetti "verista", questo di Francesco Anile.
Colpita profondamente dal misto di gentilezza schiettezza e passionalità del suo modo di essere uomo e artista.
Gli ho strappato la promessa di una masterclass a Roma per Cantare l'Opera®, quando sarà tornato dall'India.
Lo aspettiamo. Con impazienza.
Grazie Francesco.
Antonella Neri


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