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News    |    anno 2013

Nell’Africane Selve

martedì 24
set 2013
Nell’Africane Selve
Gasparo Gozzi, musica e teatro a Venezia
26 Settembre 2013 - ore 21

A. Stradella
Dalle sponde del Tebro 
Basso e continuo

A. Caldara
Titano All’Inferno 
Basso e continuo
Recitativo - Aria, Recitativo - Aria

A. Vivaldi
Sonata in La min. RV 43 
Violoncello e continuo
Largo - Allegro – Largo - Allegro

G. F. Handel
Nell’ Africane Selve 
Basso e continuo
Recitativo - Aria, Recitativo - Aria

Cenacolo Musicale
Abramo Rosalen – Basso
Anna Campagnaro – Violoncello
Donatella Busetto - Cembalo


Venezia nel ‘700 contava più di 20 teatri, tra pubblici e privati, che offrivano alla città, specialmente nel periodo del 
Carnevale, una fitta programmazione di opere drammaturgiche e musicali. Era fatto d’obbligo quindi ragionar di teatro, 
delle opere, dell’esibizioni di attori e cantanti, apprezzati o contestati. Il Pamphlet “Il teatro alla moda” di B. Marcello 
appare proprio in questo contesto culturale, come satira arguta diretta a compositori (Vivaldi), impresari, primedonne…
Gozzi, letterato e scrittore, trascorse la sua vita tra Venezia e Padova, ma è ricordato nel pordenonese per la sua 
permanenza nella Villa di Visinale, ove trascorse con la moglie alcuni brevi periodi. Si occupò tutta la vita di teatro, 
proponendo allestimenti di opere autografe o suoi adattamenti di opere d’autori francesi. Contemporaneamente riuscì a 
portare a termine importanti iniziative editoriali, che lo segnalarono come uno dei letterati emergenti più affidabili nel 
vivace mercato editoriale veneziano. Intraprese poi la carriera di impresario teatrale, rilevando la gestione del Teatro S. 
Angelo, impresa purtroppo fallimentare e che contribuì ad appesantire le sorti economiche della famiglia. Gozzi è 
ricordato inoltre per le sue imprese giornalistiche, la Gazzetta veneta, e l’Osservatore veneto, con i quali voleva 
introdurre a Venezia un nuovo tipo di giornale, rivolto a un pubblico vasto ed eterogeneo, per il quale il G. descriveva e 
commentava con finezza e ironia tipi e costumi della realtà contemporanea e in particolare scene ed episodi di vita 
quotidiana della città lagunare, nonché per la pubblicazione de Lettere serie, facete, capricciose, strane, e quasi bestiali, 
indicative del suo interesse a scoprire sotto la molteplicità del reale la tipicità, la paradigmaticità etica di personaggi e 
situazioni.
Vissuto sempre di teatro, non poteva dirsi estraneo all’ambiente musicale dell’epoca. 
Gozzi vive la Venezia dei fratelli Marcello, del Pollarolo, del Caldara e del Galuppi, autori che avrà sicuramente potuto 
conoscere, ascoltare e apprezzare. Lo possiamo immaginare pertanto ospite tra gli ospiti di accademie musicali presso 
famiglie nobili veneziane, ad ascoltare le ricercatezze di brani strumentali, cantate, arie e concerti degli autori alla 
moda, alla dorata luce delle candele.

In questi stessi anni vive e lavora a Venezia il Basso Antonio Francesco Carli, che aveva sostenuto la parte di Claudio
nell’Agrippina di G. F. Handel, allestita al teatro San Giovanni Grisostomo – ora Malibran – nel carnevale del 1710. 
Egli ci viene descritto come un cantante dotato di una voce eccezionalmente potente, in grado di effettuare improvvisi 
balzi di registro.
Si suppone che Handel avesse scritto proprio per Carli la cantata “ Nelle Africane Selve”, nella quale un ambiente 
d’immaginifica natura selvaggia e inospitale fa da sfondo ad un impavido leone che si aggira avvezzo ai pericoli e alle 
asprezze della vita nella foresta. Ma quando il suo sguardo viene colto da un raggio di luce, perde le forze, inciampa, e 
cade rovinosamente nella rete dei suoi inseguitori. La metafora dell’uomo indomito che perde le forze e cede dinanzi al 
solo sguardo della donna amata è facilmente intuibile e palesemente dichiarata nell’ultima Aria.
Il destinatario della cantata di Caldara rimane invece sconosciuto. Ma le prestazioni vocali che il tessuto musicale 
richiede rimangono ugualmente funamboliche.
I Titani appartengono ai “Miti della Creazione”. Figli di Gea e Urano furono cacciati nel Tartaro da Zeus, vincitore 
contro Crono, nella guerra per la conquista del trono d’Olimpo. Probabilmente il personaggio a cui fa riferimento la 
cantata è proprio il Titano Crono che, dalle profondità del Tartaro maledice l’artefice di questo suo destino di 
inestinguibili tormenti. Invoca vendetta, nella speranza di poter calpestare il cuore di colui che l’ha ridotto in catene. 
Ma, nell’ultima Aria, inaspettatamente, il testo sembra suggerire un’interpretazione diversa del protagonista: 
l’immagine del Titano trascolora così in quella di un amante tradito che desidera annientare l’amata crudele, causa della 
sua disperazione.

Nel genere della Cantata le composizioni espressamente dedicate alla voce di basso costituiscono un numero esiguo se 
confrontate con quelle per la voce di Soprano e Contralto. Si pensi che nell’immenso corpus complessivo del repertorio 
cantatistico (il solo Handel compose più di un centinaio di cantate nel triennio “Italiano”) le opere per basso risultano 
essere soltanto qualche decina.
In genere erano pensate e dedicate a cantanti di particolarissime doti vocali, anzi, costruite proprio attorno alle qualità 
vocali di questi eccezionali esecutori, gli unici al momento, in grado di affrontare con successo quelle strabilianti prove 
tecniche.

Così l’ardito trattamento della voce sfida l’esecutore a virtuosismi tecnici mirabolanti, attraverso contorti percorsi 
melodici, costringendo la voce a pirotecniche prove vocali, sottoponendola a repentini salti di oltre due ottave e 
passaggi di registro in un’estensione di straordinaria ampiezza. Parimenti offre al compositore l’opportunità di sondare 
mezzi espressivi, arditezze armoniche, strutture compositive e potenzialità esecutive impensabili in altri ambiti. 
“La cantata da camera italiana rappresenta la musica vocale di gran lunga più preziosa del tardo Barocco, perché era 
scritta per un uditorio ristretto di competenti, senza badare al successo popolare. Essa era musica per musicisti, in cui 
il compositore era libero di indulgere ad esperimenti armonici e di saggiare nuovi metodi costruttivi, secondo la sua 
ispirazione….. In assenza di scena, la Cantata dipendeva solo dalla caratterizzazione musicale e di conseguenza essa 
acquistò un’intensità musicale di rado raggiunta dall’Opera.” M. F. Bukofzer.
 
 
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