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Speciale "Conservatori di musica" - gli esiti, i vantaggi, i limiti del nuovo Ordinamento di Studi

venerdì 01
gen 2010
Studiare in Conservatorio oggi, e in special modo studiare Canto: tentiamo un bilancio del nuovo ordinamento a diversi anni della sua entrata in vigore:
Cosa è cambiato? Prepara di più e meglio o la ricchezza dell'offerta formativa può disorientare? Troppa teoria e poca pratica?

Lo abbiamo chiesto a quattro autorevoli voci:
Edda Silvestri, direttore del Conservatorio "S. Cecilia" di Roma;
Delfo Menicucci, titolare della cattedra di Canto al "G. Verdi" di Milano,
Alba Crea, docente di Storia della Musica al "Corelli" di Messina.
Antonio Marcenò, docente di Canto al Conservatorio "V. Bellini" di Palermo



Edda SilvestriIn stretta congiunzione con le vicende storiche che da secoli hanno posto l’attività musicale italiana ai primi posti nel mondo, sia come arte creativa sia per eccellenza di prassi esecutiva, gli studi musicali sono stati, fin dall’Unità, affidati a Istituti specialistici e atipici, i Conservatori, il cui stesso nome era legato alle glorie della storia musicale del paese ed era stato adottato per i più prestigiosi istituti della stessa natura nelle altre nazioni.

Pur nei mutamenti profondi della società e della cultura intervenuti nei 150 anni di vita di questi istituti, continuo a ritenere, anche in virtù della diretta esperienza di musicista, di docente ed ora di direttore del Conservatorio S. Cecilia di Roma, che quella soluzione avesse radici e motivazioni profonde, da non ignorare e tanto meno eliminare nell’attuale e nel futuro assetto degli studi musicali superiori.

La riforma varata nel 1999 ha avuto ed ha tuttora a mio avviso numerosi aspetti positivi, divenuti ormai irrinunziabili:
  • - il riconoscimento e l’inserimento degli studi musicali superiori nel settore dell’Alta Formazione sulla base dell’art. 33 della Costituzione;
  • - l’avvio di una qualificazione degli studi e dei titoli rilasciati dai Conservatori (processo purtroppo non ancora giunto alla conclusione, permanendo sperimentali i trienni e bienni allora varati) in modo da far raggiungere ai nostri studenti la necessaria equiparazione a quelli degli altri stati europei e, all’interno, la possibilità di ulteriori sbocchi professionali in pubblici concorsi;
  • - il rinnovamento di finalità e contenuti dei corsi di studio, svincolandosi dai limiti e dalla obsolescenza dei programmi ordinamentali risalenti al 1928-1930;
  • - il riconoscimento dato ai Conservatori e alle Accademie di una autonomia di ordinamenti per la realizzazione dei percorsi formativi di livello superiore, ivi compresi corsi di perfezionamento, master, dottorati, impedendo che inopportune e talora avventurose iniziative di alcune Università occupassero questi settori nello spirito della talvolta incontrollata dilatazione di corsi e di offerta formativa da parte di quelle istituzioni.

Se questi meriti della riforma introdotta con la legge 508 (del resto ancora non compiutamente attuata e in attesa di ulteriori cornici normative delegate al MIUR), tuttavia non mi nascondo che alcuni aspetti della stessa riforma introducono concetti e lineamenti che buona parte del mondo musicale e degli stessi docenti di Conservatorio vive con crescenti perplessità.

Secondo queste linee critiche, alle quali in parte mi sento di aderire, la riforma stessa avrebbe potuto (e ancora in sede ulteriore potrebbe) conciliare le proprie novità con la riaffermazione della complessiva atipicità degli studi musicali nel loro complesso: pur comprendendo, come altri campi di studio e forse ancor più di essi, livelli di alta formazione, di perfezionamento e di eccellenza, essi non possono prescindere dallo stretto, intimo legame con le fasi precedenti di formazione, le quali, a differenza di altro tipo di studi, non vanno limitate a un puro orientamento o a una pura propedeutica: come tutti ben sappiamo, essi costituiscono, fin dai primi approcci allo strumento, al canto, alla composizione e via dicendo, un impegno costante, quotidiano, che in alcune fasi di impostazione e di preparazione a livelli via via crescenti giunge a un coinvolgimento pressoché esaustivo dello studente.

D’altra parte si tratta di studi, come tante volte riconosciuto ma mai a sufficienza ricordato al mondo politico e istituzionale che indirizza le normative, di specialissima valenza formativa, in quanto inducono l’allievo non soltanto a un impegno continuato (e necessario non potendosi abbandonare lo studio di uno strumento per mesi e anni e poi riprenderlo, come invece avviene in altri campi di studio) ma a continue autoverifiche e poi a presentare il proprio lavoro al docente di riferimento con cadenze frequentissime, di solito settimanali; quasi come se in una scuola media inferiore o superiore, si venisse interrogati in matematica tutte le settimane. Inutile aggiungere che di grande valenza formativa, fino al delinearsi di una coscienza artistico professionale e di una autocoscienza nei confronti della propria esperienza al riguardo sono le continue prove di performances nei confronti di altri docenti, altri studenti e soprattutto del pubblico.

Poiché questi percorsi delle fasi inferiori e intermedie degli studi musicali sono basilari per la qualità degli studenti dell’Alta Formazione, l’aver soppresso nel testo della legge di riforma i necessari riferimenti all’ordinamento degli studi di tali fasi, rende, ad avviso mio e di tanti colleghi, la Riforma stessa monca e in qualche misura fuorviante. Condivido perciò quanto ebbe a dire il grande maestro Luciano Berio a proposito della Riforma stessa, quando osservò che gli edifici si progettano ed erigono a partire dalle fondamenta e non dal tetto.

L’annunziata istituzione dei Licei a indirizzo musicale e coreutico aggiunge una nota positiva, ma certo non risolutiva: avviare istituti del genere a costo zero sembra sminuire l’impegno dello Stato e ridurre le speranze dei giovani musicisti di un possibile sbocco professionale. Il piano di studi solleva non poche perplessità e sembra inserirsi in quella logica secondo la quale in una secondaria superiore gli studenti si avvicinano ad alcuni aspetti del campo di studi che poi in senso specialistico seguiranno all’Università. Purtroppo per gli studi musicali questo è proponibile solo in pochi e particolari casi.

Così costituiti i Licei musicali sembrano un prolungamento, se non un peggioramento, delle scuole medie a indirizzo musicale e comunque non possono sostituire gli anni di Conservatorio come concepiti nell’ordinamento tradizionale tuttora vigente. Il fatto stesso che con il varo della Riforma si sia chiesto ai Conservatori, accanto all’istituzione di Trienni e Bienni, anche il mantenimento integrale dell’ordinamento tradizionale degli studi (tuttora preferito dalla maggior parte degli studenti, anche perché fornisce un titolo non sperimentale e forse per una maggiore concretezza dei programmi di studio ancorché invecchiati) appare un indizio probante delle incertezze, da parte dell’Amministrazione, nell’abbandonare un ordinamento che tanti frutti d’arte e cultura aveva prodotto. Se la Riforma ha tenuto conto anche di indirizzi internazionali e della organizzazione dell’Alta Formazione in corsi di tre più due anni, imposti anche alle Università, tuttavia è mia convinzione che in quella sede si sia badato più al disegno di un nuovo ordinamento che ai contenuti programmatici, rinnovando e aggiornando i quali si sarebbe potuto innovare potentemente nell’ambito dell’ordinamento già esistente, sul quale poi intervenire con poche modifiche formali.

Considero perciò molto opportuno un possibile ripensamento globale di tutta la situazione degli studi musicali. Se si vuol trarre l’Italia dalla mortificante condizione di paese di cultura musicale più bassa di quella di paesi del Terzo Mondo, gli studi della musica devono partire fin dalle scuole elementari, affidati a un personale docente di provata specializzazione; l’educazione musicale e la cultura relativa alla musica non dovrebbero proseguire nelle sole scuole medie dell’obbligo, ma anche nei licei e negli istituti secondari superiori, almeno in tutti quelli in cui l’ordinamento ha ritenuto opportuna la presenza del parallelo insegnamento di Storia dell’Arte. Tutto questo non ai fini di sostituire gli anni iniziali e intermedi di Conservatorio, bensì a quello (altresì se non più importante) di avviare la costituzione di un pubblico e di una società più colta e consapevole nei confronti del fenomeno musicale e della vastità della sua presenza. Gli effetti sull’intera società porterebbero a un significativo aumento dell’attività musicale con l’apertura di orchestre, società di concerti, composizioni per le più diverse destinazioni.

Diverso il discorso dei Conservatori, che per loro natura devono salvaguardare i principi di una formazione insieme artistica e tecnico-professionale, che per l’intrinseca specificità e difficoltà è dato percorrere solo a fronte della necessaria predisposizione e dell’impegno continuato per lunghi anni, quindi destinato a esser rinnovato assiduamente nella futura attività professionale.

Occorre dunque trovare un persuasivo raccordo tra gli studi iniziali e intermedi di una tale formazione e quelli della fascia superiore integrati nel sistema dell’Alta Formazione.

Un’ultima osservazione. Una quantità di esempi, sia illustri che meno noti, attesta che fino alla generazione dei musicisti che oggi hanno trenta o quaranta anni, è stato possibile in passato conciliare e coniugare gli studi di carattere generale nei licei e quelli eventuali successivi in qualche facoltà universitaria con l’assorbente impegno dello studio e della pratica musicale, per cui ulteriori perplessità solleva l’impedimento che il nuovo ordinamento stabilisce per gli studenti dei Bienni che, in quanto tali, non possono essere iscritti all’Università. Ciò costringe gli studenti che si iscrivono a un Biennio a puntare, per il proprio futuro, esclusivamente sulla scelta musicale, in una fase storica in cui gli sbocchi professionali nel nostro campo si sono tanto ridotti, con il rischio di non riuscir più a mutare strada successivamente.

Edda Silvestri
Direttore del Conservatorio "Santa Cecilia" di Roma
 

Delfo MenicucciCortesissimo Presidente Neri, la sollecitazione ricevuta da Lei, a scrivere le mie personali considerazioni a riguardo della riforma dei conservatori italiani e della obbligata quanto faticosa transizione che queste strutture sono chiamate ad effettuare per entrare a pieno regime nel nuovo ordinamento, mi invita a nozze perché è, questo, argomento che mi preme assai.
Prima di tutto vorrei presentarmi, se Lei mi consente. Sono titolare di cattedra al Giuseppe Verdi di Milano dopo aver vinto l'unico, fatidico ed oramai storico concorso ministeriale a titoli e prove terminato nel 1995. Tale concorso credo che rimanga a tutt'oggi, nel bene e nel male, il più forte ed efficace surrogato di certificato di abilitazione all'insegnamento dal dopoguerra ai nostri giorni. Non essendoci stata nemmeno la barriera del diploma in strumento, ad esso hanno potuto accedere anche coloro che in precedenza entravano in ruolo per "chiara fama", indi, senza diploma.
Detto questo, ma ancor prima di affrontare il tema in discussione, vorrei succintamente scrivere su come io ho vissuto la nascita e la successiva applicazione della riforma dei conservatori.
Mi piace immaginare il tecnico che ha spiegato al ministro in carica quelli che erano i limiti del regime dei conservatori italiani, che avevano bisogno urgente di una riforma per adeguarsi allo standard del resto del mondo occidentale, dove anche lo strumento, quindi anche il canto, viene insegnato in strutture universitarie.
Questa persona fisica, il tecnico appunto, avrà dovuto prendere in considerazione almeno 4 elementi da inserire nel progetto di riforma:
1 - gli edifici.
Che non sono cambiati per nulla, nonostante la volontà di alcune istituzioni universitarie che tentarono invano di fagocitare anche lo studio della musica. Su questo versante nessun adeguamento, quindi, alla situazione americana, ad esempio, dove ogni università possiede 2 o perfino 3 teatri ed auditorium da migliaia di posti, dove gli studenti di musica possono non solo esibirsi, ma soprattutto studiare.
2 - le normative che governano la didattica e che guidano la convivenza delle persone.
Anche sotto questo profilo si registrano adeguamenti davvero minimi: i programmi ed i metodi di studio sono pressoché gli stessi delle regie leggi del 1929/30, nonostante le autonomie didattiche. Concone e Panofka imperano ancora, nel bene e nel male, nelle classi di canto.
3 - gli studenti.
Qui qualche cambiamento sostanziale può essere registrato, anche se alcuni aspetti restano immutati quali:
- Il numero chiuso e la graduatoria di ammissione.
- La sperequazione qualitativa tra conservatori del nord e conservatori del sud.
- La sperequazione esistente all'interno di ogni singola classe, entro cui è possibile registrare al contempo studenti di primo anno come studenti universitari, studenti di 8 anni come di 40, studenti talentuosi come negati (questo perché livellando i conservatori alle università è venuta meno la copertura del livello liceale ed io sono dell'opinione che la riforma avrebbe dovuto iniziare dall'asilo infantile!).
- La parcellizzazione delle classi all'interno dei conservatori per cui, a tuttoggi, per ogni classe di canto ve ne sono 15 di pianoforte che sfornano disoccupati senza sosta e senza ritegno.
- Nessun panorama di specializzazione diversa da prima: l'indirizzo corale, la vocalità pop, jazz, e compagnia, non sono neppure contemplate.
Ma alcuni aspetti hanno, bisogna ammetterlo, subito trasformazioni epocali per gli studenti
- Le attività formative obbligatorie sono aumentate e quindi allo studente resta ancor meno tempo per studiare lo strumento principale.
- E' diventata incompatibile l'iscrizione simultanea a facoltà universitaria e corso in strumento del conservatorio.
- Non c'è più l'agevolazione per gli studenti non più in età scolare di svolgere studi al di fuori dell'istituzione e conseguire il diploma da privatista.
- Con i crediti si può emigrare anche all'estero, ma se da tutto il mondo vengono a studiare canto in Italia!...
- Dulcis in fundo... le tasse scolastiche sono aumentate a dismisura!!!
(Mi si conceda una riflessione che risponda alla seguente domanda: chi ha la voce per cantare in teatro, s'iscrive al biennio? E' lecito supporre che il livello dello studentato del biennio sia scarso e che i laureati in canto, senza troppe qualità, siano la classe docente di domani?).
4 - il personale docente.
Anche qui si registrano aspetti immutati e cambiamenti sostanziosi. Da un lato:
- Le modalità di reclutamento del corpo docente non è migliorato. I canali d'immissione in ruolo consentono di trovar di tutto: dai vincitori di concorso ministeriale ai vincitori di ricorso al TAR. Da chi insegna al biennio senza un titolo musicale e con la licenza media, a chi è diplomato col massimo dei voti non avendo mai esercitato. Da chi ha solo esercitato e da chi non ha neppure la licenza di solfeggio. Da chi è straniero e non parla nemmeno la nostra lingua a chi è italiano ma non sa neppure leggere la musica (tanto c'è il pianista!...). Da chi non sa come funzionano le corde vocali a chi proibisce agli allievi di informarsene per evitare di confondersi con la tecnica.
Per contro sono mutati dati fondamentali:
- E' ipotizzabile accumulare il monte ore in 5 o 6 mesi.
- Le ore soprannumerarie sono pagate in più a quelle ordinarie.
- Si lavora di meno perché a) il ricambio della classe è più facile, visto l'abbattimento del limite d'età; b) la qualità globale del parco studenti è peggiorata assai per via che la laurea in canto la chiede chi vuole insegnare o fare i concorsi come ufficiale di Polizia, non chi vuol cantare.
- Non si timbra più l'entrata e l'uscita.
- Chi un  tempo era un semplicissimo insegnante di materia complementare, adesso è un docente universitario, distribuisce crediti per i suoi corsi divenuti obbligatori che, essendo sottopagati, il più delle volte dimostrano le scarse qualità del detto docente al di fuori del conservatorio! L'acquisizione di questi crediti obbligatori ostacola in modo incommensurabile la frequenza e lo studio degli studenti della materia principale.
- Pazienza per lo stipendio che non è livellato a quello dell'università, pazienza anche per le classi che son composte da tredicenni, ma vuoi mettere esser qualificati d'ufficio Docenti Universitari?!?
Allora, vivendo la riforma dei conservatori, io non sono riuscito ancora a sapere chi fosse quel tecnico che ha parlato col Ministro, ma so perfettamente cosa facesse: il sindacalista.
Con tutto il rispetto per tecnici, ministri, sindacalisti e docenti che fanno il proprio dovere aldilà delle ulteriori scappatoie create dalla riforma, voglia gradire umili, ma ammirati saluti da Delfo Menicucci.

Delfo Menicucci
docente di Canto al Conservatorio di Musica "Verdi" di Milano
 

Alba CreaInsegno Storia della Musica al Conservatorio “A. Corelli” di Messina ormai da 30 anni: con grande orgoglio e senso di responsabilità, reputando questa disciplina fondamentale per la formazione dei musicisti. Fino all’a.a. 2003-04 (quando il Corelli ha attivato il Triennio Superiore Sperimentale, e l’anno seguente il Biennio) il mio inossidabile entusiasmo era però accompagnato da un costante senso di frustrazione. Come avviare a un mondo professionale in costante evoluzione, sempre più competitivo e con orizzonti enormemente allargati, disponendo solo di strumenti desueti e di forte impronta nazionalista quali i programmi ministeriali datati al 1930? Come rispondere agli studenti che chiedevano di conoscere le esperienze musicali dell’ultimo secolo o di approfondire tematiche legate alla storia quali l’estetica, la filosofia e la sociologia della musica, la psicologia dell’ascolto, e così via? Studenti che peraltro potevano trascorrere tutta la loro vita di Conservatorio rapportandosi a soli docenti di materia principale, di Teoria e solfeggio, di Armonia complementare e di Storia della musica, essendo le Esercitazioni corali un optional dal quale i più richiedevano e ottenevano l’esonero.

Questa tipologia di allievi ancora affolla i Conservatori, iscritta ai corsi tradizionali o di vecchio ordinamento. Sono ragazzi che frequentano in parallelo altre scuole o l’Università. Ritengo che coltivino la musica per hobby, mentre costruiscono seriamente in altri settori il loro futuro. Certo è che si accontentano davvero di poco, e che non avranno mai gli strumenti idonei per muoversi in un mondo lavorativo dove le doti naturali richiedono oggi di essere supportate da altre, più specifiche competenze.

Meno numerosi sono gli studenti iscritti al nuovo ordinamento, cioè al Triennio (laurea breve di I livello) e Biennio (laurea specialistica di II livello). L’iscrizione al nuovo ordinamento non è infatti compatibile con la frequenza di corsi universitari, e impone una scelta chiara e univoca: cioè quella di voler fare della musica una professione. Una scelta coraggiosa, che i Conservatori radicalmente trasformati dalla L. 508/99 devono essere in condizione di poter premiare.

La mia personale opinione è che le nostre istituzioni, anche se in breve tempo e con risorse finanziarie limitatissime, siano vincenti in questa sfida al rinnovamento ben più delle Università anch’esse investite da un’analoga riforma. I Conservatori infatti, a mio avviso, mostrano di saper utilizzare al meglio le diverse professionalità maturate nel tempo dai docenti interni ai quali, previo l’accertamento delle specifiche competenze, possono adesso essere affidati nuovi carichi didattici finalizzati all’attivazione di nuove discipline. Altri insegnamenti possono essere affidati per contratto ad esperti esterni. Stages, laboratori e masterclasses divengono tappe obbligate del percorso scolastico, così come la conoscenza di una lingua straniera comunitaria, requisito fondamentale tra l’altro per l’accesso al Progetto Erasmus. L’offerta formativa dei Conservatori ne risulta quindi notevolmente arricchita: gli studenti hanno facoltà di ritagliarsi piani di studio mirati alle loro esigenze e alle loro aspettative professionali, e un dialogo a più voci si apre in ambiti disciplinari affrontati adesso a 360 gradi.

Nel nuovo ordinamento gli indirizzi sono tre: compositivo - interpretativo - tecnologico. Ciascuno di loro ha sub-indirizzi, la cui finalità è avviare ad una competenza professionale specifica. La Scuola di Canto ha due sub-indirizzi: lirico - concertistico. E proprio con riferimento al Canto, vorrei mettere a confronto il piano dell’offerta formativa negli ultimi tre anni del corso tradizionale con quello del Triennio di nuovo ordinamento.

Nel corso tradizionale lo studente ha diritto a una lezione settimanale di Canto: lezione individuale della durata di 1 ora. Posto che l’insegnante non manchi mai e che l’alunno non sfrutti le 15 assenze ingiustificate cui ha diritto, le ore di lezione di Canto sono 27 per ciascun anno di corso, per un totale di 81 ore nei tre anni. A queste vanno ad aggiungersi 27 ore di Arte scenica (una lezione settimanale) per ciascuno degli ultimi due anni. Finisce qui la preparazione specifica dello studente. Le altre materie sono infatti “complementari” e in quest’ottica subite come un male necessario. Queste materie sono: Storia della musica (biennale), Letteratura poetica e drammatica (lapidario quanto inutile riassunto della precedente, concentrato in un’annualità), Cultura musicale generale (una sola annualità per i cantanti, a differenza degli strumentisti), e Pianoforte complementare. L’esame di Diploma consiste nell’esecuzione di alcuni brani scelti nell’ambito dei programmi ministeriali mai aggiornati dall’Era Fascista.

Nel Triennio di nuovo ordinamento le ore di lezione individuale di Canto, con programmi aggiornati e flessibili, sono 30 per ciascuna annualità in entrambi i sub-indirizzi, con obbligo di firma e un tetto massimo di assenze corrispondente a un 1/3 delle ore del corso. A queste ore ne vanno aggiunte altre 10 per la preparazione della Prova finale, cioè l’esame di laurea. In totale, 100 ore di Canto. L’Arte scenica è biennale, con 45 ore di lezione per ciascun anno. In totale 90 ore. Come è evidente, allo studente di Canto vengono quindi impartite più ore di insegnamenti “caratterizzanti” rispetto al passato.

La formazione dello studente si completa però con altre discipline anch’esse “caratterizzanti” quali la Musica da camera (biennale, 45 ore per ogni annualità, finalizzata alla conoscenza e all’esecuzione di repertori cameristici che includono la voce), le Esercitazioni corali (triennali, 45 ore per ogni annualità, fondamentali per l’educazione del cantante), e ancora la Fisiologia dell’apparato vocale (annuale, 30 ore, disciplina affidata nel nostro Conservatorio a un docente esterno che è un medico di comprovata professionalità nel settore).

Le vecchie discipline “di base” sono ancora presenti, ma completamente riformulate nei contenuti e nella metodologia anche con il ricorso alla multimedialità e all’informatica. La Storia della musica ha finalmente una terza annualità incentrata sul ‘900 e la musica contemporanea e non include più le vecchie tesine di Acustica. Queste hanno lasciato il posto a una nuova disciplina: Elementi di acustica e psicoacustica musicale, per un approccio moderno alla produzione, diffusione e ricezione del suono. La Letteratura poetica e drammatica è sostituita da un insegnamento nuovo e molto interessante: Storia della poesia per musica e melodrammaturgia, nel cui ambito trova spazio l’analisi semantica dei testi musicati. La Cultura musicale generale si è trasformata nel corso biennale di Teoria dell’armonia e analisi, completato nel terzo anno da Analisi della letteratura musicale di repertorio, disciplina più specifica mirata ai repertori degli studenti di Canto. Il Pianoforte complementare passa doverosamente a due annualità con la dizione: Lettura al pianoforte.

Ferma restando l’obbligatorietà della conoscenza di una Lingua straniera comunitaria (60 ore) da approfondire “a indirizzo specialistico” nella seconda annualità (30 ore), lo studente completa il suo piano di studi con crediti liberi maturati in attività formative svolte all’interno dell’istituzione o all’esterno. Può anche maturare questi crediti frequentando altre discipline attivate in Conservatorio, come ad esempio Filologia musicale (che gli offre la possibilità di confrontarsi con le edizioni critiche delle opere, gli autografi, le prime edizioni a stampa, le edizioni interpretative o da studio, i cataloghi tematici degli autori, nonché mettere a frutto le risorse Internet per la ricerca bibliografica) oppure Diritto e legislazione dello spettacolo (che lo rende consapevole dei suoi diritti-doveri in quanto futuro lavoratore dello spettacolo).

Al termine di questo percorso formativo lo studente affronta l’esame finale che può consistere in un’unica performance esecutivo-interpretativa, ma può anche includere (a seconda dell’opzione scelta del candidato) una dissertazione di laurea in piena regola inerente aspetti del repertorio presentato all’esame o altri settori disciplinari che sono stati oggetto di studio nel triennio.

La laurea breve richiede però di essere completata con la laurea specialistica. Al Biennio gli allievi di Canto si confronteranno con altri docenti e nuove discipline sempre più indirizzate all’acquisizione di competenze specifiche, tra cui: Storia del repertorio liederistico, Dizione e fonetica delle lingue di repertorio (la nostra ottima docente esterna è di madrelingua tedesca), Storia del teatro musicale, Drammaturgia, Semiografia, Storia e analisi del repertorio contemporaneo, Metodologia dell’analisi e fenomenologia dell’interpretazione, etc. Ferme restando naturalmente, per entrambe le annualità, le ore individuali di Canto e quelle di Arte scenica.

Trovo molto stimolante avere adesso come allievi ragazzi che usano Finale o Sibelius, ascoltano la Sequenza III di Berio o Façade di Walton, pronunciano correttamente le parole straniere, consultano le edizioni critiche delle opere di Rossini o Donizetti, sanno cosa sono la Siae, l’Enpals, le problematiche attuali che investono la legge sul diritto d’autore, e presentano tesi di laurea con contributi originali. Di solito questi studenti, proprio perché particolarmente motivati, non lamentano un eccessivo carico di lavoro. Anzi, qualcuno vorrebbe ulteriormente approfondire alcuni settori disciplinari.

Riusciranno a diventare “grandi” cantanti? Le loro legittime aspettative saranno appagate?

Se il mondo del lavoro attraversa un momento non facile, il settore dello spettacolo è in una situazione davvero critica. I Conservatori hanno il compito di fornire gli strumenti per decodificare la realtà attuale, e aiutare le nuove generazioni a costruire un futuro migliore per la musica.

Alba Crea
docente di Storia della Musica al Conservatorio "A. Corelli di Messina"
 

Antonio MarcenòQuando nel lontano 2003 si parlò di introdurre nei conservatori di musica un nuovo ordinamento che prendesse il posto del vecchio, ormai datato e obsoleto, risalente alla seconda decade del 1900, io ne fui entusiasta. Le aspettative erano enormi. Facendo parte della commissione di esperti designata dal ministero per la valutazione delle sperimentazioni, mi sembrava di avere le idee abbastanza chiare su come procedere per individuare una direzione, almeno per il canto, in linea col grado culturale e tecnico dei conservatori italiani. I conservatori pilota su cui fare riferimento per programmi e materie da inserire erano in due: Milano e Trieste; presi spunto dal conservatorio di Trieste e adattai la programmazione secondo l’ordinanza, nel rispetto dei dettami e delle regole ministeriali. Mi piaceva l’idea di un conservatorio moderno ove i ragazzi e i docenti passassero gran parte del loro tempo insieme a lavorare e a crescere. Non si parlava più di diploma ma di laurea triennale equiparata a quella triennale universitaria, salvo accertamento di debiti e crediti e condizioni particolari poste da alcuni Istituti. Il nuovo ordinamento principiava la sua strada convivendo con il precedente ordinamento che si sarebbe estinto gradualmente fino ad integrarsi totalmente entro il 2008, con il successivo.

A tutt’oggi il vecchio esiste, vive e vegeta e si fanno regolari ammissioni per tutti corsi. Sostanzialmente, il nuovo ordinamento differisce dal vecchio per una serie di innovazioni e prima di tutte l’abolizione dell’esame di conferma e la possibilità di scegliere , per quanto riguarda il canto, tra un corso ad indirizzo lirico ed uno ad indirizzo concertistico.

Vediamo adesso in dettaglio questo triennio : fa parte del nuovo percorso formativo denominato Triennio di I livello corrispondente alla laurea triennale dell'Università e garantisce un curriculum adeguato.
Il percorso si completa con l’ottenimento del diploma accademico di I° livello ed l’iter è conforme agli ultimi tre anni dei corsi del vecchio ordinamento. L’ammissione al primo anno di corso del triennio è molto articolata e prevede che, attraverso il programma presentato, lirico o concertistico, l’allievo metta il luce le sue qualità vocali e le sue particolarità musicali. E’ previsto un colloquio su argomenti di carattere musicale, generale e motivazionale. Per l’iscrizione al I anno bisogna essere in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore. Ai nuovi iscritti, superato l’esame, fatta una graduatoria, viene singolarmente comunicato quali eventuali "debiti" siano attribuiti (solfeggio, pianoforte, etc.) e i modi per soddisfarli.
Il triennio superiore è regolato attraverso dei percorsi formativi dei quali si può prendere visione sul sito di ogni conservatorio o in qualsiasi segreteria, che includono: discipline di base, discipline caratterizzanti, e una serie di materie integrative che l’allievo potrà scegliere in piena autonomia. Al percorso formativo si sommano alcune "attività a libera scelta dello studente" da realizzare presso qualsiasi insegnamento o corso del Conservatorio, anche in altre istituzioni o in campo artistico - vocale.

E’ d’obbligo la conoscenza della lingua inglese. Le attività formative del piano di studi si concludono o con un esame o con un giudizio di idoneità.

Per quelle pluriennali (due o tre anni) è previsto un esame al termine di ogni annualità.
Per le attività di laboratorio e di esercitazioni i Consigli di corso determinano le modalità di verifica del lavoro svolto. Per ogni esame viene attribuito un voto in trentesimi.

Il voto di diploma è formulato in cento decimi . E’ importante la resa dell’allievo nell’arco dei tre anni perché determina il voto del diploma insieme alla prova finale. Il diploma viene conseguito da chi ha acquisito 180 crediti complessivi (60 all'anno per 3 anni), secondo un sistema di crediti formativi uniformato all’ European Credit Transfer System.

L'esame di diploma è organizzato, per i due indirizzi del canto, come "RECITAL".

Il vecchio ordinamento, che sta per essere messo in soffitta, conserva una scioltezza che il nuovo, probabilmente, non potrà mai possedere. Ha dei grossi limiti dovuti al fatto che l’anno accademico inizia a novembre e termina a fine maggio, circa, (troppo poco per un scuola di canto) che si può essere bocciati e ripetere l’anno, che si è costretti a una convivenza non sempre facile con il nuovo, che i programmi adottati sono TROPPO semplici e che dodici ore di lezione in totale sono insufficienti (verrebbe un ora ad allievo la settimana anche se gli iscritti per ogni classe fossero solo 12). La speranza è che si possa trovare un buon compromesso tra vecchio e nuovo corso e che il risultato posso incidere in positivo sulla preparazione vocale e musicale degli allievi. La crisi vocale di oggi è legata al troppo poco tempo per affrontare lo studio, alla vastità dei repertori e alla loro esecuzione e alla fretta di arrivare sul palcoscenico; io credo e penso che è dalla scuola che sarebbe giusto ricominciare a rifondare il canto ed esattamente dal conservatorio di musica, rieducando i giovani al giusto, al corretto, al bello, non tralasciando, sotto l’egida di un oculato legislatore, di aumentare il numero delle ore di studio e i numero delle classi per ogni singolo istituto , rivedendo ancora i programmi e adattandoli all’aumento della domanda che è ormai di ordine internazionale. E’ un modo per affrontare questa crisi generalizzata che non è solo economica ma di idee, di valori, un modo per preparare ed educare al futuro guardando al passato, rivalutando le tradizioni e perché no, anche quelle convenzioni che ci furono e ci sono preziose.

Antonio Marcenò
docente di Canto al Conservatorio di Musica "Bellini" di Palermo

 
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